Deidsaw City (Short novel of mine/ITA)

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Era da circa un’ora che camminavo in compagnia della polvere e del vento di Santa Ana, lungo la strada per Deidsaw City.
Un sole ostile rendeva il tragitto insopportabile.
Non so nemmeno come ci fossi finito, e l’unica amara consapevolezza era l’essermi sbronzato per l’ennesima volta.
Non litigavo con la mia piccola da settimane, o giorni, e ogni volta che alzavo troppo il gomito, la serata finiva male.
Ma il tempo passava e quella strada sembrava non dare alcun accenno del centro abitato, e così, di Ramona.
Desiderai quell’indicazione e a un tratto la intravidi su di un grande cartello verde, oltre il fomento di sabbia che annebbiava la vista. C’era scritto su: “Deidsaw City/5km”.

Presi un lungo respiro e accesi una sigaretta.

Non mi ci volle molto per giungere a destinazione.
Il mulino abbandonato e l’autorimessa del vecchio Todd mi tolsero ogni incertezza. Accelerai il passo e mi meravigliai di come mi sentissi in forma, a parte la confusione dei ricordi.
Nei postumi di una sbornia ero solito mostrarmi come uno straccio vivente-consuma sigarette ma quello che sentivo ora era solo una forte fitta alla spalla destra.
In tutto quel pensare, mi accorsi giusto qualche attimo dopo che ero appena giunto nel centro città.
Decisi di superare me stesso e sperando di facilitare le cose reputai opportuno prendere dei fiori.
In realtà fu la sola cosa che riuscii a ideare in quel momento, e per questo decisi di seguire il mio istinto dirigendomi dall’unico fioraio della zona.

 

Entrai senza indugiare, dopo aver levato la polvere dalla giacca. C’erano un paio di clienti all’interno, e un cane di piccola taglia che dopo il mio ingresso prese a abbaiare. Nell’attesa accadde una cosa curiosa. Il profumo tipico delle boutique da sempre mi arrecava fastidio; quell’accumulo di essenze così differenti tra di loro, che rasentava il disgusto al contatto troppo diretto. Non riuscivo a percepire l’odore dei vasi distanti, ma soprattutto di quelli più vicini.

Dovevo essermi preso un brutto raffreddore. Uno degli svantaggi nell’eccedere con il Whisky in una fredda notte è il non distinguere la temperatura esterna, dalla calura che divampa all’interno.

Arrivò il mio turno e mi avvicinai al banchetto. Il ragazzo stava finendo di scribacchiare qualcosa sul retro di uno scontrino. Venni affiancato da una vecchia signora, dal rossetto troppo marcato che aveva sporcato la sommità dei denti superiori.

Storsi il naso ma senza risultare indiscreto.

Il garzone finalmente alzò il capo, protrasse un lungo sospiro guardando un po’ oltre la cassa, e infine rivolse all’anziana la parola.

«Bene. Credo sia il suo turno signora». Sorrise di una formalità idiota.

Irrigidii lo sguardo e blaterai qualche parola di incredulità. «Ma… ma come?»
Nel contempo si era già allontanato nel reparto orchidee con

la vecchietta al suo fianco.
Desiderai tanto vedere quella moltitudine di colori

sparpagliarsi per il pavimento della sala. Diedi un colpo a uno scaffale, con la punta delle mie trasandate polacchine.

Giuro che per quanto fossi nervoso, il mio gesto era mosso da un livello di forza blanda. Lo diedi nel punto giusto credo, perché da quel lato della sala, nemmeno un vaso rimase più in esposizione.

Un macello si sparse ai miei piedi e tentai ciò che ritenni più opportuno fare: scappare il più lontano possibile.

Mi ritrovai a percorrere un vicolo; in silenziosa compagnia di un cassonetto, qualche gatto che rovistava all’interno e lo stesso sole che qualche ora prima opprimeva il mio cammino.

Presi all’interno della giacca la mia fiaschetta.

Non era la cosa più opportuna da fare visto la nottata della quale non ricordavo nulla, ma nonostante tutto ero inebriato da quella leggerezza interiore.

Per la prima volta, ammisi a me stesso che l’amore era tutto; sorrisi e accostai a quella gioia un lungo sorso del mio whisky preferito.

Deciso nel chiamare un taxi non ci volle molto per ritrovarmi accontentato, dal momento che un nero sulla trentina, si fermò proprio sul mio lato del marciapiede, qualche metro più avanti.

Le sonorità etniche provenienti dalle casse dell’auto fornirono il biglietto da visita adeguato.

Entrai e salutai il conducente, il quale non proferì parola, continuando a masticare una chewing-gum. Scorsi dallo specchietto che stava annuendo. Non so se lo stesse facendo per la musica ad alto volume oppure stesse cercando di contraccambiare a suo modo.

Pochi secondi dopo si accostò alla porta anteriore un tipo dalla grossa costituzione. Nero. Proprio come lo svitato alla guida, e muoveva la testa allo stesso modo.

 

Prese a parlare per primo, visto che il tassista si limitò a mostrare un largo sorriso a trentadue denti.

«Hey, hey , hey… guardalo lo stronzone del mio ragga boy. Come va la tua esistenza figlio di una gran puttana?».

La risata industriale mi fece contorcere. Risuonava all’interno aggiungendosi al clamore di un’enfatica voce femminile, che faceva vibrare gli altoparlanti a ogni acuto emesso.

Anche il tipo alla guida si lanciò in una sghignazzata rimbombante e subito dopo si espresse scandendo le parole in un ritmo così rapido che capii solo: “Hey/ cazzone/ sballo/salta su”.

Il tipo all’esterno si dipinse il volto di un espressione buffa.

«Alright. Non sei mica il porta a spasso-del sindaco il culo grasso, in fondo.» e aggiunse «Lasciami qualche isolato più avanti, e nel frattempo facciamoci due chiacchiere».

Entrò a fatica nel vano posteriore, dove ero acquattato verso lo sportello, assistendo annoiato ai loro discorsi.

«Non sarò John J. Quoderman, e nemmeno sindaco. Ma il culo grasso di certo non manca!».

Esplosero nuovamente in un coro atonale di risate.

Protrassi un gemito e presi la libertà di accendere una sigaretta.

Sobbalzai quando l’eccentrico conducente si voltò rapido verso noi, proferendo sintetico:

«Dove si va?»

«Io scendo a Odd Stre…» presi la parola, ma venni troncato dalla voce alla mia destra, che espresse:

«Alla Club House, Paul».

«Frequenti ancora quel covile di facce bianche, che palle» Disse stizzito e poi aggiunse «non li digerisco quelli. Fottuti yuppie. Con la grana pensano di far tutto».

«Ma hanno la roba migliore della zona. Lo sai».

Il tassista si difese con una smorfia di disappunto.

«Di’ quello che vuoi. La ruota gira per tutti, che credi. Stanotte hanno ammanettato Vincent Bloch, per dirne una».

«Ma chi, “il rosso”?» rispose l’altro gesticolando, abbandonando lo sterzo per un secondo.

«Right. Era strafatto. Era alla guida. Un poveraccio si è trovato nel bel mezzo della strada al momento poco opportuno e… amen. E’ successo qualche angolo dopo il locale».

«Pazzo schizzato». Un ghigno affiorò sul viso. L’idea che uno di quegli aspiranti magnati viziati, fosse finito dentro, evidentemente destava in lui un celato godimento, che di per se non avrebbe esposto apertamente.

Turbato gettai il mozzicone dal finestrino.

Rimasi con la guancia poggiata contro lo sportello. L’aria mi sbatteva contro come il più dolce degli schiaffi, e mi fece dimenticare il resto.

Fu quando il veicolo si arrestò, probabilmente giunti alla tappa pretesa dal grassone, che il pensiero del tassametro mi riaffiorò e mi resi conto della situazione scoraggiante.

Mettendo mano alle tasche posteriori del mio jeans, mi accorsi che il mio portafoglio era sparito. Non pensai al dove e al come, ma avevo il fiato sospeso per la sensazione di vergogna che avrei provato da lì a poco.

Scesero dalla macchina salutandosi in maniera molto affettuosa.

Decisi di non pensare a ciò che stavo per fare.

Fortuna volle che i due si trovarono al lato opposto al mio, quando aprii lo sportello e sgattaiolai lontano dalla macchina, approfittando della disattenzione per uscirne inerme.

Raggiunsi il marciapiede più vicino, e mi confusi tra la folla.

 

Posai la mia schiena contro un muro, e mi liberai in un lungo sospiro. Decisi che era il momento di un goccetto.

Sentii delle grida riecheggiare in lontananza.

Strinsi forte la fiaschetta che tenevo in mano, quando ebbi qualche secondo per focalizzare la figura, in corsa sfrenata, che veniva dritta verso di me.

Evitai lo scontro per un pelo.

Scansandomi colpii il muro con la mia spalla destra, e per terra si espanse ben presto ciò che poco prima rasserenava la mia gola.

Capii subito che il tizio aveva appena rubato la borsa a una sventurata che sbraitava qualche metro più distante.

La mia risposta fu rapida e incauta, e Dio solo sa perché mi misi all’inseguimento di quel tale.

Le persone, ostacoli di carne tra me e il mio bersaglio.

In quel inseguimento percepii un motivo superiore del restituire il sottratto all’anziana.

Le mie gambe andavano da sole, e per la spalla cominciò a alimentarsi la fitta.

Riprese folgorante. A tratti ebbi la sensazione di svenire, quando gli occhi si socchiudevano, senza chiedermi permesso.

Mi parve di vedere Ramona al mio fianco; e metri e metri distante di fronte a me; e alla fermata parallela al marciapiede. Ovunque.

Qualcosa non andava in quella giornata, e bastò un momento per rendermene conto.

A un tratto mi si parò davanti una Ford grigia e sbarrandomi la strada persi automaticamente la sfida.

Trattenni il respiro e indietreggiai lentamente. Corsi per l’ennesima volta, il più lontano possibile.

 

Il whisky divampava in corpo, e fu la prima volta che quell’acredine interiore non mi piacque affatto.

Entrai in un bar spalancando violentemente la porta d’ingresso dirigendomi verso il bagno. Mi fiondai al lavandino sforzandomi di rigurgitare. Abbandonai l’iniziativa dopo qualche tentativo. Utilizzai la manica malconcia della camicia per strofinare lo specchio di fronte, per rendere la mia immagine più nitida.

Vidi il mio volto penoso.

Nient’altro che buio in quegli occhi, stremati dalla giornata d’inferno a Deidsaw City.

Nonostante quell’incessante emozione cercai di piangere, ma non riuscii a lacrimare.

Schiacciai la fronte contro il vetro sudicio e strizzai gli occhi più forte che potevo.

Presi a digrignare. Dimenandosi, le miei mani trovarono sfogo frantumando la cornice, colpendola ripetutamente.

Confuso, ripresi il cammino sull’asfalto urbano, non badando al tragitto.

Mi ritrovai nei pressi della Club House, lì dove il tassista e il suo amico si erano fermati poco prima; li dove durante la notte arrestarono Vincent Bloch strafatto alla guida, e dove avevano trovato un cadavere.

C’erano ancora le transenne, la scientifica e il vociare della gente come sgradevole sottofondo. La macchina incriminata sostava al centro dell’area delimitata. Un bolide grigio cromato, nuovo di zecca.

Un sorriso beffardo mi tradì per un istante.

Intravidi un portafoglio gettato in un angolo; pelle marrone. Lo raccolsi, rimarcando quelle venature con il polpastrello. Ebbi il tempo di scorgere un biglietto all’interno, lasciando poi scivolar via l’oggetto, dalla mia mano.

Tirai un sospiro tormentato, chiudendo gli occhi per un istante.

“Beside you”, riportava il testo; una calligrafia indefinibile, dall’armonia spiazzante. Rimasi qualche attimo immobile. Sollevai il capo guardando verso il sole, e richiusi nuovamente gli occhi. Suoni cittadini, così ordinari, giungevano alle mie orecchie, e con essi frammenti della giornata appena trascorsa.

Volevo solo una sigaretta. Un bicchierino. Le sue braccia.

Presi a indietreggiare dapprima, poi mi voltai e aumentai l’andatura, dimenticandomi del resto.

Posai lo sguardo su di una casa. Distante dagli orribili palazzi grigi. Circondata da una staccionata di legno scuro, mantenuto vivido nel tempo. Sul cancelletto, una scritta impressa sulla superficie lignea: RAMONA HALL.

Sfiorai con le dita ciò che leggevo; e la leggerezza che provavo.

Attraversai lentamente il giardinetto di fronte, accompagnato dai colori delle viole e dei fiori di dalia.

Un silenzio rassicurante.

 

La vidi seduta su di una poltroncina, sotto il porticato di legno con indosso un grazioso cappello di paglia. Teneva ancora il guanto alla mano destra e le forbici erano poggiate per terra, accanto al fiore più bello di quel giardino; la stessa terra fresca che macchiava i lembi dei suoi pantaloni neri e i bordi inferiori delle scarpe.

Mostrava quella semplicità di cui mi ero innamorato fin dall’inizio e che forse, non ho mai compreso veramente.
Da più vicino la vidi piangere.
Mi parve di sentire il mio cuore battere per la prima volta nella giornata. Più l’avanzata verso di lei volgeva al termine, più quel silenzio rassicurante incantava le mie forze. Sprofondai in ginocchio, quando l’ebbi di fronte.
Poggiai il capo sulle sue gambe. Nel mio pianto desiderai che le sue, di lacrime, cessassero. Avrei voluto dire tanto. Troppo.
Ma il silenzio continuò per ore e ore. Il tempo aveva assunto una dimensione tutta sua, in quel mio viaggio senza appiglio.
Riuscii a placare la mia dannazione in quell’immagine. L’ultima che mi rimase davanti, prima di chiudere gli occhi.
E respirare la notte, per sempre.

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